17 - 23 febbraio 2020 - Anno II n. 7

Pubblicato: Lun, 02/17/2020 - 18:01

Nell'attesa di avere tra noi don Paolo Scquizzato il prossimo fine settimana, scandiamo con un pensiero "da rigirare in bocca" il cammino di ogni giorno.

IL NOCCIOLO
Parola prêt-à-porter della Fraternità parrocchiale di Papiano
17 - 23 febbraio 2020 - Anno II n. 7

Lunedì 17 - Ma egli sospirò profondamente e disse: “Perché questa generazione chiede un segno? In verità io vi dico: a questa generazione non sarà dato alcun segno” (Mc 8,12)

Martedì 18 - Nessuno quando è tentato dica: “Sono tentato da Dio”; perché Dio non può essere tentato al male ed egli non tenta nessuno. (Gc 1,13)

Mercoledì 19 - Il padre del Signore nostro Gesù Cristo illumini gli occhi del nostro cuore per farci comprendere a quale speranza ci ha chiamati. (Ef 1,17-18)

Giovedì 20 - … e per la strada interrogava i suoi discepoli dicendo: “La gente chi dice che io sia … Ma voi: chi dite che io sia?” (Mc 8 27-29)

Venerdì 21 - Diceva loro: “In verità io vi dico: vi sono alcuni, qui presenti, che non morranno senza prima aver visto giungere il regno di Dio nella sua potenza” (Mc 9,1)

Sabato 22 - Questi è il figlio mio l’amato, ascoltatelo! (Mc 9,7)

Domenica 23 VII Anno A
Avete inteso che fu detto: Occhio per occhio e dente per dente. Ma io vi dico di non opporvi al malvagio; anzi, se uno ti dà uno schiaffo sulla guancia destra, tu porgigli anche l'altra, e a chi vuole portarti in tribunale e toglierti la tunica, tu lascia anche il mantello. E se uno ti costringerà ad accompagnarlo per un miglio, tu con lui fanne due. Da' a chi ti chiede, e a chi desidera da te un prestito non voltare le spalle. Avete inteso che fu detto: Amerai il tuo prossimo e odierai il tuo nemico. Ma io vi dico: amate i vostri nemici e pregate per quelli che vi perseguitano, affinché siate figli del Padre vostro che è nei cieli; egli fa sorgere il suo sole sui cattivi e sui buoni, e fa piovere sui giusti e sugli ingiusti. Infatti, se amate quelli che vi amano, quale ricompensa ne avete? Non fanno così anche i pubblicani? E se date il saluto soltanto ai vostri fratelli, che cosa fate di straordinario? Non fanno così anche i pagani? Voi, dunque, siate perfetti come è perfetto il Padre vostro celeste. (Mt 5,38-48)

Uno dei pensieri-guida per cui è nato il Nocciolo nella nostra fraternità parrocchiale, è poter fare un passo insieme ogni giorno, un piccolo passo nella condivisione di un pensiero, di una visione; e proprio la condivisione, a volte anche virtuale, è uno dei motori che lo portano avanti e rendono il cammino sempre leggero. E’ con questo spirito che accogliamo il commento al Vangelo di questa domenica che abbiamo ricevuto: è una pagina di sintesi di un’omelia di fra Giorgio, ricca della sua carica umana e di spunti per aiutarci a fare del Vangelo vita concreta.

Sintesi del commento a Matteo 7, 17-37 di fra Giorgio Bonati, 12 febbraio 2017
Se quello che leggiamo nel Vangelo ci sembra logico, semplice, normale, allora è meglio dubitare che quello sia veramente il Vangelo, il Vangelo di Gesù. Questa pagina di Matteo, che continuerà anche domenica prossima, viene proprio a richiamarci a questa attenzione. Quello che è stato, quello che è, non basta, credo che Gesù stia dicendo più o meno una cosa del genere: “Quello che è stato è passato, ma oggi c’è qualcosa di nuovo”. E se davvero non c’è qualcosa di nuovo ogni volta che apriamo il Vangelo, lasciamo perdere, perché invece dovrebbe essere come stendere i panni ad asciugare, sbatterli, e fare entrare aria nuova. Ciò che è stato fino a oggi non basta. Soprattutto oggi il Signore viene a dirci: ciò che è semplicemente scritto, come legge, non basta. Deve essere sempre qualcosa di nuovo, qualcosa che tocca il cuore, altrimenti cosa ce ne facciamo di un’Eucarestia che non ci dice nulla, da cui non portiamo a casa niente e abbiamo vissuto solo come un dovere da compiere?! Giovanni Vannucci, scriveva: “Ma voi avete mai pensato che Dio è sempre nuovo? Noi ce lo immaginiamo come quelle figure bibliche, l’eterno dei giorni, come quell’anziano nel tempio, ma Dio è sempre nuovo. Ecco, se vuoi immaginarti Dio immaginatelo sempre come un fanciullo che nasce. Per poter accogliere questa novità di Dio, bisogna che il nostro spirito sia continuamente nuovo e fresco. E le costruzioni che noi, ogni giorno innalziamo, sono castelli di carta che devono essere presi e buttati via ad ogni sorgere di sole. Ricominciamo dunque il nostro gioco di fanciulli, continuando il gioco del fanciullo Dio della vita”. Ecco allora, forse oggi conviene pensare che Dio ci sta chiamando dal futuro, o ci sta indicando una strada oltre, altra.

Quando ho letto questo Vangelo la prima cosa, la prima immagine che mi è venuta davanti, è stata quella di quell’adultera presa in flagrante, e portata davanti a Gesù chiedendo cosa bisogna fare, perché Mosè ha detto che bisognava lapidarla. Ma Gesù all’inizio sta zitto e scrive. Stare un po’ zitti serve, soprattutto quando bisogna dare risposte importanti. E poi vi ricordate quella frase, “chi è senza peccato scagli la prima pietra... e se ne andarono tutti”. Ma ancora non è quello che mi interessava dirvi: perché alla fine Gesù dice: “Tu donna, d’ora in avanti ...” Come dire: a Dio non interessa quello che è stato fino a quel momento; d’ora in avanti, da oggi, per il tuo futuro, regalati una vita migliore. Perché il tuo futuro può cambiare il tuo passato. Può purificarlo, può guarirlo. Dio perdona non solo perché è ovviamente misericordioso, ma perché crede in me, crede nel mio futuro, in quello che posso essere, scommette su quel “d’ora in avanti”, e lo dice ad ognuno di noi. Oserei dire che per Dio il bene possibile - possibile! - di domani vale di più di quel male che abbiamo veramente commesso. Pensate che scommessa pazzesca Dio fa con noi. Vale più una possibilità di bene che un male reale fatto. Chiaramente Gesù ragiona così, Dio ragiona così perché è innamorato, è innamorato di noi, come quando uno è innamorato e scommette sul futuro. Perché è la cosa più preziosa da vivere. Ecco allora una prima cosa da portare a casa di questo Vangelo è proprio questa: provare ad avere uno sguardo nuovo, uno sguardo bello, positivo, di Dio. Questo sguardo che è capace di vedere in un seme un fiore e un frutto; quello sguardo capace di Dio, cosa sa fare. E noi sappiamo che se tu guardi un seme pensando già al suo frutto in qualche modo stai cambiando la storia. Per quel poco che ho capito della fisica quantistica è che ogni cosa cambia la storia dell’universo, anche ogni pensiero. Quindi attenzione a che pensieri facciamo, a che sguardo abbiamo. Se il nostro sguardo sarà come quello di Dio vedremo gli altri come li vede Lui. Pensate che bello. Non ci soffermeremo sul malessere, sul male, su quello che di male l’altro ha fatto, il che non vuol dire nasconderlo, no, ci mancherebbe, però il richiamo di oggi è proprio questo: soffermati sul bene delle persone che hai accanto e qualcosa cambia. Perché solo il bene, sembra dire oggi Dio, rivela l’essenza dell’uomo e della donna. Potremo allora immaginare la storia che è gravida di Dio, pensate che bella questa immagine. Sempre pronto a partorire qualcosa di nuovo, come ci diceva prima il nostro Vannucci. In questo periodo ci siamo nutriti di parole preziosissime, ricordate le beatitudini, poi domenica scorsa, Gesù ci ha indicato la strada: tu sei già luce, tu sei già sale, devi solo accorgertene e risplendere e salare la tua vita e quella degli altri. Il teologo Pannikkar scriveva: “La più grande epidemia del mondo contemporaneo, è la superficialità”. Credo che uno che immagina che osservare la legge sia ciò che basta per rendere conto a Dio e agli altri di tutto, ecco, credo che questi sia superficiale; e qual è il problema più grosso in questo, è che chi crede di aver portato a compimento ciò che deve fare eseguendo la legge, in qualche modo si sente in diritto di comprare, di comprare Dio. Ma se la tua giustizia non supera quella degli scribi e dei farisei, ci dice oggi Gesù, non entrerai nel Regno. Il Regno è la vita di oggi, non è soltanto quella futuro, ci mancherebbe. […]

Se guardi una donna per desiderarla hai già commesso adulterio. La stessa cosa se guardi un uomo. Se guardi una cosa. Allarghiamo un po’ questa visione: non è ovviamente il desiderio che è condannato, due persone che si amano ovviamente si desiderano infinitamente. Ma è quel “per”, “per che cosa”? Per possederla? Per ridurla a un oggetto? Ecco il peccato che vien qui richiamato da Gesù credo sia proprio questo. Se tu desideri “per”, “per possedere” vai contro alla grandezza di ogni singola persona. E’ come se in qualche modo addirittura non riconosci quella persona degna di vita, di amore, non riconosci dentro di lei la fiamma dell’amore divino, la presenza di Dio. Il peccato di adulterio nel senso originario del verbo vuol dire alterare, falsificare, manipolare, rendere misera la persona che hai davanti. Ecco cos’è l’adulterio. Pecchi non tanto allora contro la morale, ma pecchi contro la persona, pecchi contro la sua nobiltà, la sua unicità. Non riconosci il divino dentro di lei. Ecco qual è questo peccato. E poi per ultimo fu detto “non ucciderai, ma io vi dico, chiunque si adira ...” insomma in questo elenco di - ma io vi dico - ci troviamo tutti, nessuno può alzare la mano e dire di non esserci dentro. Allora, a chiunque alimenta dentro di sé la rabbia e il rancore Gesù sta dicendo sei omicida dal momento in cui questa rabbia prende possesso di te. Gesù ci invita ad andare alla sorgente, come al solito, ad andare un po’ più dentro, un po’ più oltre. Ritorna al tuo cuore, prova a guarirlo, poi potrai procurare vita agli altri. Vai alla radice. Tu generi morte o generi vita? Nella lettera di Giovanni si dice “Chi non ama il suo fratello è omicida”, basta non amare per ammazzare una persona. Purtroppo è così. E forse un po’ tutti l’abbiamo provato sulla pelle perché, se si vive capita, capita che tu provi ad amare e dall’altra parte ricevi invece ben altro. Proviamo però almeno noi a cambiare la storia del mondo. Se proviamo ad amare un po’ di più, forse daremo un po’ più di vita. Dostoevskij diceva: “Mi chiedo cos’è l’inferno, ed è così che lo definisco: la sofferenza di non poter più amare”.